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La Cappella del Carmine è sita alla confluenza dei
due rami del fosso dei Monaci che abbracciano
l’abitato di Gallicchio, su uno sperone di compatta
roccia conglomeratica.
E’ la prima costruzione del paese dalla parte sud.
Abbarbicate sulla stessa roccia, a monte, prima
rade poi più fitte e addossate l’una all’altra
troviamo una serie di casupole che costituiscono il
nucleo storico dell’abitato.
Una stradicciola, intagliata nella roccia
scoscesa, parallela al fosso, piena di ciottoli
smossi dalla matrice sabbiosa, porta alla suddetta
da ovest e prosegue poi, zigzagando per diminuire la
pendenza, verso la confluenza dei due fossi.
Per chi proviene da valle, (da qualche decina
d’anni c’è una strada rotabile che collega il paese
con il fondovalle dell’Agri), la cappella appare
all’ultimo momento assieme alla parte antica del
paese. Ai gallicchiesi che si tramandano la
tradizione è chiaro il perché di questa posizione
così celata. Viene loro alla mente la distruzione di
Gallicchio Vetere da parte dei saraceni, la
necessità di rifugio degli scampati, la devozione
alla B.V. del Carmelo che porta ad edificare questa
chiesetta per ringraziare la Vergine per lo scampato
pericolo.
La tradizione spesso è confusa e poco rispettosa
dei tempi e degli eventi storici.
Certo è che detta cappella ha avuto sicuramente
origine con i primi insediamenti umani su questo
sperone di roccia a cavallo di due fossi profondi
che menano acqua saltuariamente e solo in occasione
di temporali o d’estenuanti piogge invernali.
La posizione è sicuramente nascosta, ma
insospettatamente soleggiata e riparata dai freddi
venti tanto che di solito, quando gli inverni non
sono particolarmente rigidi, difficilmente vi
resiste la neve.
Indagini storiche più accurate vogliono questi
primi insediamenti intorno all’IX-X secolo in
concomitanza della presenza in zona di monaci
Basiliani (da qui s’intende anche la denominazione
dei fossi).
Notizie di un Monasterium Gallicclum si trovano
nella bolla del 1060 di Godano Arcivescovo di
Acerenza. In seguito, in un’altra bolla del 1123 di
Callisto II inviata da Benevento a Pietro Vescovo
di Tricarico, non si parla più di Monasteri ma è
confermata la presenza di una parrocchia.
Questo per cercare d’intendere l’epoca se non la
data presumibile in cui è stata eretta questa
cappella. Infatti, le iscrizioni reperibili in loco
ed in particolare sul frontone del portale della
cappella recano quella del 1610 ma, alla luce di
quanto detto, quest’epoca è da riferirsi a quella di
un restauro od abbellimento di un preesistente luogo
di culto realizzato in occasione, forse, di un
evento straordinario che ha indotto un “principe” a
ringraziare concretamente e pubblicamente la Vergine
che vi si venerava.
La Cappella fino a circa 35 - 40 anni fa era
agibile e in occasioni particolari vi si celebrava
messa. Accoglieva per buona parte dell’anno la
statua della madonna del Carmine che vi era presa e
portata in processione nella chiesa madre in
occasione dei festeggiamenti in suo onore.
La Cappella, a pianta rettangolare, misura circa
metri 7,5 di larghezza per circa 10 di lunghezza, è
disposta in direzione est ovest con ingresso
principale ad ovest verso la strada che porta al
paese. E’ alta 6 metri circa alla imposta di falda,
la copertura è a due falde simmetriche con la linea
di colmo lungo la dimensione maggiore.
Appare incastonata nella roccia in quanto la
parete scoscesa, non presentando un sito opportuno,
e stata tagliata per realizzarvelo, in buona parte,
per il resto si è provveduto a livellare il sito
con materiale di riporto realizzando a quote
inferiore l’appoggio della parete sud e
proteggendola adeguatamente con un terrapieno in
muratura.
Attraverso questo, largo poco più di un metro, è
possibile accedere all’interno attraverso una porta
secondaria situata nella parete sud poco oltre il
suo punto medio.
Sempre dalla roccia, si è ricavato un piccolo
spiazzo, di qualche decina di metri quadri,
antistante l’ingresso principale per consentirne un
accesso più agevole dalla stradicciola che si è
detta e per la sosta.
Lungo il lato sud della cappella, all’estremo est,
è presente un contrafforte a sostegno della
muratura, probabilmente costruito in epoca
successiva a quello della cappella.
La presenza di questo contrafforte è sicuramente
imputabile alla strada che intagliata nella roccia
conglomeratica costeggia la fabbrica portandosi a
quote inferiori.
La continua erosione dovuta, nel passato, al
quotidiano calpestio di uomini e bestie nonché
all’azione inesorabile dei rigagnoli d’acqua durante
le piogge finivano, inevitabilmente, col portare a
nudo se non a scalzare le fondamenta stesse di
questa muratura.
L’uso della cappella e della strada consentivano
il monitoraggio della situazione e, all’occorrenza,
si interveniva pur con i modestissimi mezzi che
avevano i nostri avi e a costo di veri sacrifici.
Sulla parete sud tre piccole finestre in alto
consentono una illuminazione naturale e sopra il
portone d’ingresso è presente un piccolo occhio da
cui entra il sole nel pomeriggio.
L’interno, piuttosto semplice, fino a quanto era
agibile, si presentava con un altare maggiore di
fronte all’ingresso principale, quindi sul lato est,
e con un altare secondario sulla destra, cioè a sud.
L’altare maggiore si presentava con ai lati due
colonne rigate realizzate in mattoni e
successivamente stuccate realizzavano con l’altare e
una cornice superiore l’intelaiatura per una tela,
dipinta ad olio, rappresentante un carro di fuoco
trainato da due focosi cavalli (probabilmente Elia)
del 1613 del pittore D’Ambrosio di Saponara, nella
parte centrale in basso di questa tela, incastonata
in una nicchia protetta da un vetro, figurava un
quadro ad olio della Beata Vergine del Carmelo.
La Madre china affettuosamente sul figlio bambino
che, aggrappandosi con la sinistra al manto della
mamma, con la mano destra posta delicatamente sotto
al mento sembra mostrarla al popolo dei fedeli.
Questi quadri, di recente restaurati sono stati
portati nella chiesa di Santa Maria Assunta e posti
dietro l’altare maggiore.
Si può ancora leggere una frase nella tela del
Saponara sotto il quadro della vergine:
PRIMA SABATI POST MORTEM
A ricordo della seconda promessa della vergine.
(vedi più sotto privilegio sabatino)
L’altare laterale presenta una nicchia protetta da
una vetrina in legno che accoglieva la statua della
madonna che attualmente soggiorna anch’essa
stabilmente nella suddetta chiesa (ex chiesa madre).
Sopra questo altare ed intorno alla nicchia è
presente una decorazione del tutto diversa;
ghirigori baroccheggianti, non più di tipo
neoclassico come le colonne dell’altro altare.
Entrambi apparivano però soffocati da un uniforme e
spesso strato di tinteggiatura a calce, probabile
intervento di manutenzione successivo, piuttosto
ordinario.
A fianco dell’altare laterale verso l’ingresso,
(dall’altra parte c’è la porticina secondaria), è
presente un affresco, sotto un arco a tutto sesto
nella muratura di circa metri 1.5 x 2.5.
Questo affresco raffigura la Madonna del Carmine
con il bambino tra una corona di nuvole sopra un
città turrita in fiamme. A destra ed a sinistra due
immagini di religiosi in atteggiamento adorante.
La tradizione popolare vedeva in questa immagini
la distruzione di Gallicchio Vetere
messa a ferro e fuoco dai terribili saraceni e la
madonna, evidentemente a protezione di quelli che si
erano salvati e che poi le avevano eretto questo
tempio, per gratitudine. Da questo evento sarebbe
poi sorto l’attuale Gallicchio.
L’indagine storica condotta dal compianto padre
Tito di Gallicchio, francescano dell’ordine dei
frati minori, superiore a Roccamonfina e dal
fratello Rocco Robertella (vedi Nuove luci lucane)
mostra, invece, che quivi è rappresentato un
simbolismo religioso (privilegio sabatino); la città
in fiamme rappresenta il purgatorio e la Madonna col
bambino viene a salvare, il primo sabato dopo la
loro morte, le anime devote decedute con indosso il
suo scapolare.
Le due figure ai lati rappresentano San Pietro con
le chiavi
e San Vincenzo Ferreri con le catene.
In basso una scritta che consente di datarlo
recita:

A Iõe Iacobo Mõtagna, hic locus decorat ĕ ob fui
devotionĕ Anno Dñi · 1619 ·
(Questo luogo fu abbellito da Giovanni Montagna per
sua particolare devozione.
Nell’anno del Signore 1619)
Tracce di decorazioni pittoriche erano sulla
muratura, dall’altra parte.
Il soffitto era in legno piano con tavole chiodate
sotto le travature che costituivano la struttura
portante della copertura, (capriate). Dal centro di
esso pendeva un lampadario con tanti vetri colorati
che rifrangevano la luce.
Sul margine nord-est della copertura sul muro
maestro si ergeva un piccola torretta campanaria
dove una piccola campana chiamava i fedeli alla
preghiera.
Dall’esterno la facciata principale, molto
semplice, si presenta con un grosso portale in
pietra di circa m.1,70 per 3 m. di altezza. Sulla
sommità del quale, su tre lastre scolpite, figura
la seguente dedica alla madonna:

Formosa es, faeor, formosa et digna rogari.
hunc, tu diva, tuo, protectum, numine sancto
conserva populumque simul qui sacra secutus
principis exemplum puro tua corde frequentat.
Anno
Domini 1610.
Bella tu sei,
lo confesso,
sei bella e degna di essere invocata.
Tu ,o diva, col tuo potente aiuto conserva costui,
che tu hai protetto,
e conserva nel contempo il popolo, il quale,
seguendo l’esempio del principe, frequenti, con puro
cuore, ciò che ti è caro.
Anno
del Signore 1610
Più sopra in un medaglione scolpita nella pietra
l’immagine della Madonna del Carmine. A destra ed a
sinistra due stemmi: in uno si riconosce un gallo
(simbolo di Gallicchio), nell’altro appaiono due
leoni rampanti su di un calice, stemma dei principi
Coppola.
Oggi questo tempietto derelitto e abbandonato
versa in gravi condizioni. Già intorno alla fine
degli anni sessanta appariva con parte tetto in
rovina, nella parte di nord-est vicino alla
campanella. Una voragine tra gli embrici consentiva
alle intemperie di giungere fin nella cappella; poco
aveva resistito il soffitto in legno sotto le
capriate.
Tutto questo metteva in pericolo quando di
prezioso vi si conservava e così si provvide a
trasportare le tele nella chiesa di Santa Maria
Assunta. Più tardi si provvide a staccare anche
l’affresco ed a farlo restaurare; si conserva
attualmente nella chiesa di San Giuseppe.
Non si riuscì a mettere mano agli allora modesti
interventi di manutenzione, sembra incredibile, e
l’allontanamento di quanto v’era di prezioso, finì
col mettere a tutti la coscienza a posto e si è
finito col non pensarci più.
La strada per i terreni a valle ora era più
comoda, veloce e soprattutto adatta ai veicoli
motorizzati. Le case della parte vecchia perdevano
anch’essi gli sporadici ultimi aliti di vita e così
la vecchia strada è rimasta deserta. Non ci si è
più soffermati davanti la cappella, di buon ora la
mattina ed all’imbrunire la sera, dopo una giornata
di duro lavoro, a chiedere col cuore in mano una
grazia o ad esprimere un muto ringraziamento; una
preghiera, a volte espressa col semplice gesto di
raccogliere un rametto di menta selvatica vicino a
quelle rocce che col suo profumo aspro ricordava
finanche in terre lontane, la presenza della Mamma
del Carmine.
Dopo tante sollecitazione negli ultimi anni La
Soprintendenza ai Beni Culturali della Basilicata è
intervenuta. Ben presto si è messo mano ai lavori,
si è imbrigliata la sommità delle mura e si è
provveduto a proteggere la fabbrica con una
copertura leggera in lamiera metallica.
Poi …. più niente.
Ci si auspica che presto si possa riprendere
l’opera di recupero di questa Cappella con
interventi mirati al completo ripristino della
stessa, restituendo questo “gioiello di fede e di
devozione mariana”, al culto del popolo
gallicchiese. |