Poeti

ultimo aggiornamento - 24 febbraio 2010

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Don Rocco Caradonna

A Gallicchio

 

Fra verdi olivi e prati in fiori,

tra monti brulli e valli tese,

sorge ed inonda, come aurora,

il mio paese.

 

Io lo contemplo e nel cor l'amo:

né mai nessuno fu sì scortese,

da non sentir nel cor richiamo

pel suo paese.

 

La povertade ci fa soffrire,

perché la terra non è cortese;

ciò non ostante mi basta:

è il mio paese.

Ma questa terra pur sempre ingrata,

fertil diviene, perché vi spese

sudor e pianto la gente amata

del mio paese.

 

Se a qualcuno saltasse il ticchio

di arrovellarsi fra terre estese

a ricercarlo, risparmi il fiato:

esso è qua, quasi ascoso,

il mio paese.

 

Elio Sinisgalli

A Gallicchio

Io lo amo questo vento freddo,

quest’aria che ti taglia il viso,

il rumore delle foglie di quercia

i suoi volti che richiamano al sorriso.

 

Eh, si!  Mi riferisco a te Gallicchio

che sei la mia culla e il mio villaggio.

Nelle notti nostalgicamente tristi

ti ho sognato bello più che mai

con i visi di chi amo e di chi amai.

Sei stato luogo di rifugio

riserva segreta di energia

il tempo va, gli anni passano veloci

ma sento che per me nulla cambierà.

 

Solo la mia nostalgia

adesso non è più…

…si è vestita da desiderio!

 

Mario Sinisgalli - Biografia

Esiste in Lucania

di terra: uno spicchio

un pezzo di mondo chiamato Gallicchio)

 

 

Il mio paese
Una dolce collina

che giace distesa,

coperta di case

senza pretesa.

Una bella fontana

davanti alla chiesa

e tre o quattro negozi

per fare la spesa.

 

Ma se t' incammini

per ripide scale,

dentro quel borgo

chiamato Casale;

se indugi con l'occhio

fra stalle e cantine,

se ti soffermi a guardare

quelle porte e porticine,

puoi ancora sentire ...

passare il passato.

 

Ti par di sentire Mastro Nicola

che sul deschetto

ribatte la suola,

il sarto che ricuce

un vestito rivoltato

e nell'aria la fragranza

del pane appena sfornato.

 

Nella sua forgia

Mastro Gaetano

riscalda il ferro

col mantice a mano

 

mentre, più in là,

compare Peppino

pesta coi piedi

l'uva nel tino.

 

Chi non ricorda

Mastro Mincuccio

che adattava al mulo

i ferri del ciuccio ? (*)

 

E se avanzi nel vicolo

pianin pianino,

non senti ancora

macinare il mulino ?
 

Così m'appare

il mio paese,

pieno di gente

aperta e corte.

(1) Erano tempi in cui tutto si riciclava

 

Antonio Appella

A Gallicchio

Paese diroccato,

che dormi un sonno eterno!

Sui tuoi fianchi,

scoscesi e declivi,

rondini nere

descrivono voli senza fine,

in questo sole

accecante d’estate.

 

Paese antico,

pigramente disteso

su un crinale di roccia,

silente ed assorto

nel muto incedere

del tempo.

Finestre aperte

spalancate nel vuoto;

selciati di pietre

consumate dal tempo;

erbacce cresciute

rigogliose e selvagge;

eco non spenta

di grida di voci.

 

Giù dal pendio,

una chiesetta antica

sembra pregare

un Dio che non c’è!?

 

Carmela Cifone

A Gallicchio

 

Sopra un colle maestoso appare

cullato dalle verdi frondi

volgendo lo sguardo verso

le irsute montagne

e il cielo.

E' un corpo curvo sui suoi anni,

segnato dal vento e dal gelo,

dipinto con i colori dell'arcobaleno.

Dall'alto dei suo colle rugoso,

tutto scorre, a stento,

per i suoi pendii scoscesi.

 

Alla sera, fa capolino

tra le rupi verdeggianti,

in attesa di salutare al mattino i

l pallido sole

e un profumo di ginepro

sale per le colline.

 

Poeta estinto - A. S.

Cade la pioggia e

infrange il quadro

di un’estate afosa.

Il ticchettio monotono

sostituisce l’allegro canto

dei campi mietuti e

con uno sbadiglio

l’autunno si affaccia ai nostri luoghi.

 

L’inafferrabile tua immagine

è  pioggia

che rattrista con un

velo finissimo di rimpianti

la mia vita.

Così  bagna il mio viso

ed una goccia

piano s’avvia fino a toccare

il cuore.

Solenne rito

che sfugge all’uomo

mai si perde nell’immensità

del suo essere

e sempre ritrova la via

ogni volta sgorgando

con un fiume di lacrime

a velare il tuo volto

che i miei occhi

catturano

in brevissimi istanti

a  formare collane di perle, e

ghirlande

che ornano il mare dei ricordi.

 

Poeta estinto - L. V.

Il senso del Natale

 

È venuto sulla terra.

E non ha scelto la via diplomatica.

Non ha avvertito i grandi.

Non ha informato i potenti.

Non l’ha fatto sapere ai sacerdoti. Ha scavalcato la gerarchia.

 

Dio è nato in una stalla.

 

Gioia immensa perché all’uomo viene dischiusa una possibilità che poteva

sembrare pazzesca.

Dio si è fatto uomo perché l’uomo potesse diventare Dio!!!

A pensarci bene è da impazzire di gioia.

 

E invece no. Rifiutiamo la gioia.

Cristo è venuto a portare la vita, la felicità,

una felicità che sapeva tutti gli orizzonti terreni. E noi lo consideriamo un intruso,

un guastafeste, un nemico della libertà.

Abbiamo l’impressione che venga a rubarci i nostri “ nutrimenti terreni ” in cui affondiamo denti e unghie.

 

Il presepe ci ricorda che tutti noi siamo dei profanatori della religione di Cristo, che rosicchiamo in pace le piccole gioie umane, barricati sulla terra in un placido egoismo e sempre pronti a salire sul palcoscenico e recitare una volta all’anno la parte dei buoni.

 

Si, ci prendiamo il lusso addirittura il lusso di sentirci buoni una volta l’anno.

 

La stalla che si apre dalle viscere della terra ci ricorda che dinanzi a Dio che non ha onore di essere uno di noi siamo dei poveri peccatori che anche in questo Natale, vicini alla gioia di sentirci redenti, portiamo l’infinita tristezza di non essere ancora cristiani.

 

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