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Don Rocco Caradonna
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A
Gallicchio
Fra verdi
olivi e prati in fiori,
tra monti
brulli e valli tese,
sorge ed
inonda, come aurora,
il mio
paese.
Io lo
contemplo e nel cor l'amo:
né mai
nessuno fu sì scortese,
da non
sentir nel cor richiamo
pel suo
paese.
La povertade
ci fa soffrire,
perché la
terra non è cortese;
ciò non ostante mi basta:
è il mio paese. |
Ma questa terra pur sempre
ingrata,
fertil diviene, perché vi
spese
sudor e pianto la gente
amata
del mio paese.
Se a qualcuno saltasse il
ticchio
di arrovellarsi fra terre
estese
a ricercarlo, risparmi il
fiato:
esso è qua, quasi ascoso,
il mio paese.
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Elio Sinisgalli |
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A Gallicchio
Io lo amo
questo vento freddo,
quest’aria
che ti taglia il viso,
il rumore
delle foglie di quercia
i suoi volti
che richiamano al sorriso.
Eh, si! Mi
riferisco a te Gallicchio
che sei la
mia culla e il mio villaggio.
Nelle notti
nostalgicamente tristi
ti ho
sognato bello più che mai
con i visi
di chi amo e di chi amai. |
Sei stato
luogo di rifugio
riserva
segreta di energia
il tempo va,
gli anni passano veloci
ma sento che
per me nulla cambierà.
Solo la mia
nostalgia
adesso non è
più…
…si è
vestita da desiderio!
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Mario Sinisgalli -
Biografia |
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Esiste in Lucania
di terra: uno spicchio
un pezzo di mondo
chiamato Gallicchio)
Il mio paese
Una dolce collina
che giace
distesa,
coperta di
case
senza
pretesa.
Una bella
fontana
davanti alla
chiesa
e tre o
quattro negozi
per fare la
spesa.
Ma se t'
incammini
per ripide
scale,
dentro quel
borgo
chiamato
Casale;
se indugi
con l'occhio
fra stalle e
cantine,
se ti
soffermi a guardare
quelle porte
e porticine,
puoi ancora
sentire ...
passare il
passato.
Ti par di sentire Mastro Nicola
che sul
deschetto
ribatte la
suola,
il sarto che
ricuce |
un vestito rivoltato
e nell'aria la fragranza
del pane appena sfornato.
Nella sua
forgia
Mastro
Gaetano
riscalda il
ferro
col mantice
a mano
mentre, più
in là,
compare
Peppino
pesta coi
piedi
l'uva nel
tino.
Chi non ricorda
Mastro
Mincuccio
che adattava
al mulo
i ferri del
ciuccio ? (*)
E se avanzi
nel vicolo
pianin
pianino,
non senti
ancora
macinare il
mulino ?
Così
m'appare
il mio
paese,
pieno di
gente
aperta e
corte.
(1) Erano tempi in cui tutto si riciclava
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Antonio
Appella |
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A Gallicchio
Paese diroccato,
che
dormi un sonno eterno!
Sui
tuoi fianchi,
scoscesi e declivi,
rondini nere
descrivono voli senza fine,
in
questo sole
accecante d’estate.
Paese antico,
pigramente disteso
su
un crinale di roccia,
silente ed assorto
nel
muto incedere
del tempo.
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Finestre aperte
spalancate nel vuoto;
selciati di pietre
consumate dal tempo;
erbacce cresciute
rigogliose e selvagge;
eco
non spenta
di
grida di voci.
Giù
dal pendio,
una
chiesetta antica
sembra pregare
un
Dio che non c’è!?
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Carmela
Cifone |
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A Gallicchio
Sopra un
colle maestoso appare
cullato dalle verdi frondi
volgendo lo sguardo verso
le irsute montagne
e il cielo.
E' un corpo
curvo sui suoi anni,
segnato dal vento e dal gelo,
dipinto con i colori dell'arcobaleno.
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Dall'alto dei suo colle rugoso,
tutto scorre, a stento,
per i suoi pendii scoscesi.
Alla sera, fa capolino
tra le rupi verdeggianti,
in attesa di
salutare al mattino i
l pallido
sole
e un profumo
di ginepro
sale per le
colline.
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Poeta estinto - A. S. |
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Cade la pioggia e
infrange il quadro
di un’estate
afosa.
Il
ticchettio monotono
sostituisce l’allegro canto
dei campi mietuti e
con uno sbadiglio
l’autunno si affaccia ai nostri luoghi.
L’inafferrabile tua immagine
è
pioggia
che rattrista con un
velo finissimo di rimpianti
la mia vita.
Così bagna il mio viso
ed una
goccia
piano s’avvia fino a toccare
il cuore. |
Solenne rito
che sfugge all’uomo
mai si perde nell’immensità
del suo essere
e sempre
ritrova la via
ogni volta sgorgando
con un fiume di lacrime
a velare il
tuo volto
che i miei occhi
catturano
in
brevissimi istanti
a
formare collane di perle, e
ghirlande
che ornano il mare dei ricordi. |
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Poeta estinto - L. V. |
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Il senso del Natale
È venuto sulla terra.
E non ha scelto la via diplomatica.
Non ha avvertito i grandi.
Non ha informato i potenti.
Non l’ha fatto sapere ai sacerdoti. Ha
scavalcato la gerarchia.
Dio è nato in una stalla.
Gioia immensa perché all’uomo viene
dischiusa una possibilità che poteva
sembrare pazzesca.
Dio si è fatto uomo perché l’uomo
potesse diventare Dio!!!
A pensarci bene è da impazzire di gioia.
E invece no. Rifiutiamo la gioia.
Cristo è venuto a portare la vita, la
felicità,
una felicità che sapeva tutti
gli orizzonti terreni. E noi lo
consideriamo un intruso,
un guastafeste,
un nemico della libertà.
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Abbiamo
l’impressione che venga a rubarci i
nostri “ nutrimenti terreni ” in
cui affondiamo denti e unghie.
Il presepe ci ricorda che tutti noi
siamo dei profanatori della religione di
Cristo, che rosicchiamo in pace le
piccole gioie umane, barricati sulla
terra in un placido egoismo e sempre
pronti a salire sul palcoscenico e
recitare una volta all’anno la parte dei
buoni.
Si, ci prendiamo il lusso addirittura il
lusso di sentirci buoni una volta
l’anno.
La stalla che si apre dalle viscere
della terra ci ricorda che dinanzi a Dio
che non ha onore di essere uno di noi
siamo dei poveri peccatori che anche in
questo Natale, vicini alla gioia di
sentirci redenti, portiamo l’infinita
tristezza di non essere ancora
cristiani. |