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È nato a
Gallicchio (Potenza) nel 1935 da famiglia contadina.
Licenza
di III media inferiore presa poco prima di partire
militare.
Emigrato a Milano nel 1960,
dopo tre anni di servizio nella Polizia di Stato, ha poi scelto di fare
il tranviere.
Nel 1978 ha pubblicato per
la Casa Editrice Menna di Avellino i "Racconti del Sud".
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Da quasi trent'anni
partecipa a importanti concorsi letterari sia per la poesia, sia per la
narrativa, ottenendo sempre discreti risultati. Collabora a diversi
giornalini da quartiere occupandosi di problemi sociali, senza prendere
una lira - perché c'è l'€uro.
Una moglie, tre figlie
cinque nipotini di cui, vuoi o no, si occupa a tempo pieno. Nei ritagli
di tempo, tra, un racconto e una poesia, tortura la tastiera della
Fisarmonica, pur non conoscendo la musica.
Sebbene a volte vorrebbe
tradurre in immagini certi suoi pensieri, non ha mai provato a
dipingere: la pittura è un'Arte troppo nobile per essere profanata dal
primo che arriva. Non ché esprimersi in versi o prosa sia cosa meno
nobile, anzi.
Appena può torna al suo
paese dove vorrebbe sostare più a lungo possibile, anzi per sempre.
Info:
e-mail:
mario_sinisgalli@alice.it |
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II° Libro pubblicato |
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Lo scorso 6 agosto 2006 durante il 1°
Concorso Letterario "Padre Tito Robertella" Mario Sinisgalli ha vinto il
2° Premio.
"Frammenti
di vita"di Mario Sinisgalli C. E. Menna mar. 2006
Presentato a Gallicchio lo scorso 6
agosto 2006 durante il 1° Concorso Letterario "Padre Tito Robertella"
"Questo libro doveva essere pubblicato
nell'80: il manoscritto era già nelle mani dell'Editore Menna quando si
verificò il terribile terremoto che sconvolse l'Irpinia e dintorni. Fra
le tante cose che andarono distrutte o fortemente danneggiate
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vi fu
anche la C.E. Menna di Avellino, con gran parte di quello che c'era
dentro.
Del mio manoscritto fu possibile recuperare solo qualche
"frammento", forse una ventina di pagine, che l'Editore mi rispedì nel
caso volessi ricostruirlo. Ed è quello che ho fatto in questi anni, ma
spesso "rifare" è più difficile che fare di sana pianta, senza contare
che nulla ritorna più come prima.
Perché "Frammenti di Vita"? Un po' per il
motivo che ho prima accennato,cioè i danni provocati dal terremoto, un
po' perché la vita è fatta di tanti spezzoni, ovvero momenti belli o
brutti. Se consideriamo la nostra esistenza come un tratto di strada da
percorrere e se a un certo punto ci soffermiamo ad osservare il tratto,
già percorso, ci accorgiamo che il tracciato da noi lasciato non è
affatto regolare, ma presenta dei picchi, delle depressioni.
È in
queste depressioni che dovremmo guardare
e
riflettere un momento su queste variazioni, forse in ognuna di esse
riusciremmo a scorgere una tappa, un "frammento" del nostro tempo
passato e poiché e in ogni racconto c'è sempre qualcosa dì personale,
guardando alla mia vita vissuta, mi è parso giusto chiamare questi
racconti Frammenti di Vita. Sono racconti o riflessioni, quasi un diario
e come tali vanno letti. Li ho sistemati più o meno in ordine di tempo,
ma possono essere letti anche dall'ultimo al primo e non cambia niente,
nel senso che non c'è
una trama da seguire.
L'unico filo che lega questi fatterelli è
forse una certa vena ironica,oltre che la nostalgia per la mia Lucania,
la voglia di tornare a Gallicchio."
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I° Libro pubblicato |
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"I
racconti del sud" di Mario Sinisgalli C. E. Menna sett. 1979

Un giorno di febbraio del 1978, fui
gentilmente invitato dall'insegnante di mia figlia che frequentava la
quinta elementare a presentarmi in classe per tenere una relazione sul
mio lavoro di tranviere.
Accettai volentieri l'invito e cercai di
rispondere come meglio potei alle 22 domande che mi vennero poste.
Qualcuno volle sapere quanto pesa un
tram; altri chiesero quante persone può trasportare un jumbo tram. E fin
qui, nulla di strano.
Ma ci fu un ragazzo simpaticamente
cattivo che volle sapere quali sono gli accidenti che solitamente
accompagnano il tranviere che lascia giù la gente in fermata o
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che chiude nella portiera la
testa d'una passeggera un po' lenta a salire.
E questa domanda richiese una risposta
più lunga, perché non é facile enumerare e tradurre in linguaggio
scolastico tutti i titoli e le parolacce che corrono dietro al
tranviere, quando capita una cosa del genere.
Notai con piacere la delicatezza dei
ragazzi nel fatto che non mi chiesero quanto guadagnavo al mese, benché
non avrei avuto difficoltà nel dire l'ammontare del mio modesto salario.
Ma gli scolari aggirarono l'ostacolo e mi
chiesero, invece, se col mio lavoro riuscivo a mantenere la famiglia.
Risposi di sì.
La curiosità dei ragazzi, però, andava
oltre l'ambito del mio lavoro di Guidatore del Tram: essi volevano
sapere qualcosa sulla mia Regione, le sue figure, i suoi usi e costumi.
E poiché non potevo dire loro tante cose in poche ore, promisi ai
ragazzi della 5" D. che avrei scritto qualcosa e gliel'avrei fatta avere
in breve tempo.
Tornai a casa e mi a scrivere.
È così che sono nati questi racconti,
che non hanno alcuna pretesa moralistica od educativa.
Sono storielle per ragazzi, s'intende, ma
se capitassero in mano a qualche adulto, non credo che possa
scandalizzarsi: ormai, ci sono genitori che ne sanno più dei figli.
L'adulto che leggesse queste pagine, al
massimo tirerebbe un sospiro di rimpianto per un mondo che cambia e
scompare, lasciando il posto ad un mondo dove non c'é più voglia di
sorridere.
La sua poesia dedicata a
Gallicchio. Esiste in Lucania di terra: uno
spicchio un pezzo di mondo chiamato Gallicchio |
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Il mio paese
Una dolce collina
che giace distesa,
coperta di case
senza pretesa.
Una bella fontana
davanti alla chiesa
e tre o quattro negozi
per fare la spesa.
Ma se t' incammini
per ripide scale,
dentro quel borgo
chiamato Casale;
se indugi con l'occhio
fra stalle e cantine,
se ti soffermi a guardare
quelle porte e porticine,
puoi ancora sentire ...
passare il passato.
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Ti par di sentire Mastro Nicola
che sul
deschetto
ribatte la
suola,
il sarto che
ricuce
un vestito
rivoltato
e nell'aria
la fragranza
del pane
appena sfornato.
Nella sua
forgia
Mastro
Gaetano
riscalda il
ferro
col mantice
a mano
mentre, più
in là,
compare
Peppino
pesta coi
piedi
l'uva nel
tino.
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Chi non ricorda
Mastro
Mincuccio
che adattava
al mulo
i ferri del
ciuccio ? (*)
E se avanzi
nel vicolo
pianin
pianino,
non senti
ancora
macinare il
mulino ?
Così
m'appare
il mio
paese,
pieno di
gente
aperta e
corte.
(1) Erano tempi in cui tutto si riciclava
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